Nel tribunale dell’anima.
C’è un modo, raro e insieme necessario, di raccontare la giustizia senza trasformarla in una sentenza. È il modo di Francesco Caringella (in foto assieme a Vincenzo Candido Renna): uno scrittore che sembra arrivare alla letteratura portandosi dietro non l’armatura del giurista, ma il suo respiro più segreto — quello che resta quando le aule si svuotano e le parole “colpevole” e “innocente” non bastano più.
E allora, prima di entrare nel cuore de L’attesa dell’alba, concediamoci un piccolo carosello: un giro di sala tra altre opere in cui Caringella ha già addestrato la pagina a diventare tribunale dell’anima. Ci sono romanzi dove la verità si presenta come un testimone esitante, che balbetta e si contraddice, e altri in cui l’innocenza stessa sembra dover produrre prove per essere creduta. In questa galleria, l’autore mette in scena il dubbio non come difetto del sistema, ma come suo motore segreto: quel “oltre ogni ragionevole dubbio” che non è soltanto formula, ma vertigine quotidiana, filo teso tra la coscienza e il dovere. E accanto alla tensione del legal thriller, affiora una vena di ricostruzione e di riflessione civile: la giustizia osservata non dal palcoscenico, ma dal retroscena, dove il verdetto pesa come una pietra e il processo diventa, prima ancora che procedura, un dramma umano. In tutto questo Caringella sceglie una lingua che supera il “giuridichese”, rinuncia alle incrostazioni e ai latinorum, e preferisce una chiarezza elegante, quasi narrativa, capace di rendere accessibile l’intrico senza semplificarlo, parlando al “lettore curioso e perplesso” con rispetto e precisione …..
L’Articolo completo sul Corriere salentino Di Vincenzo Candido Renna
Nel tribunale dell’anima, al Caffè Letterario di Nardo’
